martedì, settembre 14

L'importanza di essere più che chiamarsi

Spronerei ognuno di noi ad avere una proprio identità, un proprio approccio alla vita (il più gioioso possibile mi raccomando), una propria convinzione su quello che sinteticamente potremmo chiamare "senso della vita".
Avere una tale forte, solida, rocciosa identità farà sì che la persona non sia in balia degli eventi, modificandosi e plasmandosi ogni volta secondo l'immagine che si (o gli) conviene: con gli amici, con il partner sessuale, l'anima gemella o quello che si vuole. Come se la persona fosse modellata non da ciò che sente, prova, desidera; ma da chi incontra, con cosa si scontra, cosa teme. Nel tempo finisce per costruire una sovrastruttura a sé stesso.

Spesso ci si lascia andare come una banderuola, si finisce per indossare maschere senza mai trovare pace. Qualcuno l'ha spiegata dicendo che l'inferno sono gli altri, e forse è così; ciò che è vero è che l'inevitabile rapporto con gli altri ci influenza in un modo o nell'altro, e a tal punto ch ein alcuni momenti la mente più sensibile spontaneamente si ferma e si chiede "ma io chi sono? Ma sono veramente così?". Spesso questo accade però solo dopo un brusco evento, che ci risveglia dal torpore. Un risveglio del genere, per quanto traumatico (dovuto ad un lutto, alla fine di un amore) rappresenta una grande occasione di crescita, da cogliere al volo.

In effetti, sembrerebbe che tutti siamo in balia della nostra vita, degli eventi e delle persone che ci circondano. Sembrerebbe davvero che non ci sia niente da fare.
Avremo l'uomo che ha bisogno (bisogno? vero bisogno?) di conquistare molte donne per proprio compiacimento; chi ha bisogno di un gruppo di persone (amici?) per crearsi una propria immagine/identità (ma non è identità, è piuttosto maschera....una protezione per non guardarsi dentro); chi ha paura di affrontare l'esterno restando un solitario.

Credo di poter consigliare in questi casi un po' in silenzio, con sé stessi e con gli altri; ascoltarsi, non prendersi in giro, assecondare ciò che si è; abbandonare i desideri più futili, che contravvengono al proprio modo di sentire. Magari recuperando ciò che si era da bambini e che si è perso per strada.

Se riuscissimo a ricordarci di noi bambini sarebbe tutto più facile, non dovremmo fare altro che abbandonarci a ciò che eravamo.
Mantenendo (anzi acquistando!!) la maturità raggiunta negli anni.

AGGIUNTA:
Perché riconoscendoci per ciò che siamo, abbandoneremmo le nostre varie maschere (protezioni) e, non avendo più niente da nascondere (e nasconderci) saremmo davvero più leggeri. Liberi.

1 commento:

Alfonso ha detto...

Ho scoperto solo di recente (diciamo nell'ultimo paio di anni) che c'è un modo per ritrovare nella memoria moltissimi ricordi sepolti sotto alla giusta percentuale di immondizia di cui facciamo tesoro quando ci diciamo adulti.
Non conviene che ne dia una definizione più specifica, quanto piuttosto raccontare la prassi, che è molto semplice.
Portare i/l propri/o figli/o al mare. Provare per credere.
La propria prole è LA vera macchina del tempo. Lo fanno sempre eh, a volercisi concentrare, ma in particolare al mare. Quando si è in spiaggia col/la proprio/a bimbo/a succede qualcosa di miracoloso, ti risale tutto. Non so, aiuta.

Saluti!