domenica, gennaio 23

Notte Horror. Come faceva Zio Tibia.

Tempo fa frequentai un corso di scrittura creativa. Conosco poche persone a cui non piace scrivere. Il resto delle persone, che scarabocchino(1) pensieri sparsi su un foglietto volante, o che siano convinte di aver scritto il romanzo del secolo, amano tutte scrivere. Del resto, da quando si impara a farlo, serve veramente poco per metterlo in pratica: un foglio di carta bianco e una penna.
Dicevo che tempo fa frequentai un corso di scrittura: oltre ad insegnarci la tecnica della scrittura (favola, intreccio, narratore in prima e in terza ecc..) ci proponevano di scrivere delle nostre emozioni. O meglio: ci consigliavano di tirare fuori le emozioni sotto forma di racconto. Una volta uscì fuori il tema “Panico”. E io scrissi questa cosa che sto per copiare/incollare.





Sento i suoi occhi puntati addosso. Il suo sguardo caleidoscopico mi congela le articolazioni, mi impedisce il movimento, la fuga. Sono ferma come lui, ma nella sua immobilità si nasconde una subdola danza di guerra, i preparativi della vittoria nei miei confronti. Tesse la tela della vendetta, ricorda bene il giorno in cui le setole infernali della mia scopa massacrarono la sua famiglia. Adesso è lì, mi fissa nell’attesa di un mio movimento sbagliato che gli consenta finalmente di portare le sue molteplici zampe a contatto con il mio corpo. Mi alzo lentamente senza spostare lo sguardo da quel corpo sinuoso e da quelle zampe rachitiche, la sua vista mi ipnotizza e mi affascina al tempo stesso, sento provenire da quel organismo minuscolo un’immensa presenza. Mi muovo intorno al tavolo con movimenti lenti, devo arrivare alla scopa prima che lui abbia il tempo di arrivare a me. Lui non perde nemmeno un passo e studia le mie mosse, si prepara alla battaglia. Lo immagino con gli occhi infuocati e la bava alle tenaglie, lo immagino volere la mia morte più di quanto si desideri quella del peggior nemico. Sono a pochi passi dalla scopa, mi sembra di vederlo muovere ma capisco che sono io che giro attorno a lui, cambia l’angolazione e con essa la sua forma diabolica, le sue zampe si allungano, la sua tela si tinge di nero. Chiudo gli occhi per non farmi assalire dal panico, allungo la mano e prendo la scopa, l’unica arma che possa aiutarmi a sconfiggere il nemico. Torno velocemente al punto di partenza per non farmi raggiungere da lui, ho capito la sua strategia oramai: l’attesa paziente prima dell’attacco. Rimane immobile e pianifica i suoi movimenti futuri, sembra conoscere già la fine della partita. Inizio il mio attacco, rovescio la scopa con le setole verso l’alto e la indirizzo verso di lui. Sento il sudore uscire dai pori come l’acqua da una spugna strizzata, ho i palmi delle mani fradici e la scopa mi scivola. Chiudo gli occhi, meno un fendente e scappo lontano da lì. Ho appena terminato una delle corse più lunghe della mia vita, lancio la scopa in un angolo quasi fosse infetta, ma subito capisco di aver fatto la mossa falsa: e se lui fosse ancora vivo? Sarei io l’artefice della sua contromossa, permettendogli di scegliere la sua posizione strategica lasciandomi ignara dei suoi spostamenti fino al giorno in cui sarò io a raggiungere lui a mia insaputa. Non posso essere stata così idiota, non io. Lasciare al nemico l’occasione e il tempo di raggiungermi con calma e farmela pagare. Me lo ritroverò nel letto e nel sonno mi entrerà dalla bocca e farà delle mie viscere il suo macabro lunapark. Sento un sapore dolciastro in bocca, mi rendo conto di essermi morsa le dita fino a farle sanguinare. Corro in bagno e lascio che l’acqua corrente mi allevi il dolore e faccia sparire il sangue, guardo il rivolo rosso mischiarsi al liquido trasparente e sparire nel vortice del lavabo. La mia immagine allo specchio appare sfocata, guardo ancora le mani e vedo le estremità completamente rosse. L’immagine allo specchio da sfocata diventa rossa, poi bianca e poi niente. Mi risveglio dopo un’ imprecisata manciata di minuti con la sensazione di avere una lastra di ghiaccio attaccata alla guancia destra, mi alzo dal pavimento e getto nuovamente le mani insanguinate sotto l’acqua. Sono stordita, ho bisogno di bere per riprendermi. Fascio velocemente le mani e mi dirigo in cucina, girando alla larga dalla scopa che ancora giace a terra. Prendo dal frigorifero una bottiglia e riempio un bicchiere di acqua ghiacciata, ingoio con foga il liquido che scende nello stomaco passando per l’esofago e dandomi la sensazione di un fuoco in gola. Passano pochi minuti e una fitta al ventre mi piega in due, mi accascio a terra e capisco il motivo del mio malessere. Sono bastati pochi minuti di svenimento al maledetto ragno per uscire allo scoperto ed entrare dentro di me. Il party viscerale ha dunque inizio. Si nutrirà piano delle miei interiora lasciandomi morire in una lenta agonia. Inizio a vomitare sperando di espellere dal mio corpo il maledetto aracnide che si è impadronito di me. Sudata, con la frangia incollata alle tempie, mi giro verso l’angolo da cui ho estirpato il funesto insetto che ora si ciba di me. Ma lui invece è ancora lì che mi fissa dal suo groviglio di bava, immobile. Sento di nuovo i suoi occhi puntati addosso. Il suo sguardo caleidoscopico mi congela le articolazioni, mi impedisce il movimento, la fuga. Sono ferma come lui, ma nella sua immobilità si nasconde una subdola danza di guerra, i preparativi della vittoria nei miei confronti.



Inutile puntualizzare che sono aracnofobica.
E rileggendo questa cosa dopo tre anni dall’averla scritta forse mi fa anche pensare di essere pazza.

Buona lettura.

B. ma non come Berl.



(1) microsoft word me lo da errato. Non è una cosa osè .E’ solo il congiuntivo presente del verbo scarabocchiare.

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